La Shoah: storia e memoria
La Shoah, lo sterminio di massa degli ebrei, è uno dei fatti più macabri e orrendi che hanno caratterizzato la 2^ Guerra Mondiale e tutto il XX secolo, ed ha influenzato la storia e l’opinione pubblica successiva fino ai giorni nostri.
Ciò che più ha colpito è la determinazione e la meticolosità con cui il regime nazista si occupava di questa materia. Come emerge dal verbale della Conferenza di Wansee del 20 gennaio 1942, lo sterminio era stato progettato e messo in pratica con una precisione ossessiva. L’antisemitismo, pilastro ideologico già presente nel “Mein Kampf” hitleriano, supportato dal darwinismo sociale, ha prodotto un’orribile carneficina. Inoltre il nazismo era stato in grado di sfruttare e rafforzare l’idea dell’adempimento al proprio dovere, vale a dire un esercito di persone normali, magari mediocri, trasformate dalla volontà di servire il regime in carnefici. Emblema di questo meccanismo è la testimonianza contenuta in “Comandante ad Auschwitz” di Rudolf Höss: le gerarchie naziste erano completamente inquadrate nel loro lavoro, nella loro missione per il regime da non rendersi conto dell’orrore che si stava compiendo attraverso le loro azioni. Il fatto stesso dell’obbedire agli ordini è stato poi utilizzato, insieme alla pluralità delle colpe, come alibi e giustificazione nei processi per i crimini di guerra (L’istruttoria di Peter Weiss).
Grande importanza storica hanno avuto le testimonianze dirette di chi ha vissuto i campi di concentramento. In primis perchè ci fanno capire come si svolgeva l’esistenza all’interno di questi, ricostruiscono i meccanismi e il funzionamento dei lager e in più poichè danno vita ad un documento, scrivono una pagina della storia che i nazisti tentarono di lasciare bianca, distruggendo la maggiorparte delle prove scritte sulle deportazioni. Infine ci costringono a riflettere sul significato profondo dell’essere uomo e sulla facilità con cui consideriamo gli altri diversi, e quindi anche un po’ meno uomini, dando l’avvio a terribili tragedie. I documenti a tale proposito sono “La lente focale” di Otto Rosenberg, che punta l’attenzione sulla deportazione degli zingari, e il saggio-romanzo “I sommersi e i salvati” di Primo Levi, autore ebreo rinchiuso nel lager di Auschwitz. Entrambi mettono bene in luce come lo scopo del regime nazista, che poi nella perfetta macchina dello sterminio è coincisa con la condizione dei deportati, sia quello di togliere l’umanità alle persone, trasformandole in animali, bestie senza moralità, senza nome, senza memoria del passato o attesa del futuro, in un eterno presente di dolore e fatica. Questo precede l’eliminazione fisica dei prigionieri poichè l’uccisione di un uomo non sarebbe stata accettata, ma non essendo più uomini il genocidio poteva tranquillamente procedere nel segno dell’obbedienza agli ordini e in armonia col valore della purezza della razza.
La Shoah è sempre stata considerata una colpa e una situazione unicamente tedesca, mentre ci sono altre responsabilità. Tralasciando i silenzi alleati, l’attenzione va concentrata sull’Italia. Le responsabilità del nostro Paese sono innegabili e non poco determinanti per la deportazione degli ebrei italiani. Infatti con le leggi razziali del ’38 Mussolini compiva un ulteriore passo in avanti verso il legame col regime nazista, intesa che culminerà nel Patto d’Acciaio del ’39. Le leggi italiane riprendevano quelle tedesche di Norimberga del ’35 e andavano a minare alcuni diritti fondamentali degli ebrei come la proprietà o la famiglia (divieto di matrimoni misti), ponendoli di fatto al di fuori della società civile. Inoltre la situazione si aggravò con l’Armistizio dell’8 settembre ’43 e la formazione della R.S.I. Da quel momento in poi gli ebrei italiani vennero in modo effettivo prelevati e trasportati nei lager (documento n° 2). La deportazione degli ebrei in conclusione pone ed esige un’attenta riflessione ad ognuno di noi.