Federico Caramanica                                                                                    V D       LICEO GALILEI

 

 

LA SHOAH: STORIA E MEMORIA

 

 

Fu il 20 gennaio 1942 che a Wannsee, sobborgo di Berlino, venne pianificato in maniera sistematica e precisa una delle più terribili atrocità della storia: la Shoah.

Essa consiste nell’eliminazione fisica degli ebrei, ritenuti appartenenti a una razza inferiore rispetto a quella ariana secondo l’interpretazione razziale darwiniana elaborata da Hitler (e da altri prima di lui) nel “Mein Kampf”, pubblicato nel ’25 e che trova le prime espressioni nelle leggi di Norimber-ga del ’35 e in quelle razziali italiane del ’38.

All’indomani dell’emanazione di  tali provvedimenti (quelle italiane del ’38 elaborate dal Gran Consiglio del fascismo furono pubblicate sul “Foglio d’ordine del partito Nazional-Fascista”), gli ebrei, già discriminati e additati dal nazismo come causa di tutti i mali e germi del comunismo, persero ogni diritto civile e personale e furono eliminati dalla vita comune, per divenire da cittadini italiani o tedeschi a “individui di razza ebraica”.

Tali “individui”, come pianificato dal verbale di Wannsee, vennero successivamente deportati in massa in Polonia (vedi “Atlante di storia ebraica”), in grandi campi di concentramento con indiscu-tibile efficienza, come testimonia l’”Ordinanza di Polizia” del 30 novembre ’38 con cui il Ministro dell’Interno Buffardini della neo-nata Repubblica di Salò decretava l’internamento degli ebrei e la confisca di tutti i loro beni.

Nei Lager iniziava quindi la “selezione naturale” dei prigionieri, denutriti e costretti a lavori duris-simi: i sopravvissuti, quelli più forti, resistenti, e quindi base di un nuovo popolo ebraico, venivano infine uccisi col gas e i loro corpi eliminati nei forni crematori.

Sulla terribile esperienza nei Lager si possono ricordare le testimonianze di Rosenberg (“La Lente focale, gli zingari nell’Olocausto”) che descrive le persecuzioni subite dagli zingari ad Auschwitz o quelle di Primo Levi (“Se questo è un uomo”, “I sommersi e i salvati”), superstite del medesimo campo. In entrambi si può vedere come i deportati nel Lager perdano ogni cognizione del mondo e di sé stessi, annientati fisicamente e psicologicamente, ridotti ad animali privi di un passato e di un futuro, viventi in un eterno presente in cui non esiste nemmeno la solidarietà e la pietà per i propri compagni di sventura.

Per i sopravvissuti l’incubo, però, non terminò con la liberazione dai campi di concentramento, ma continuò anche dopo, a causa del profondo senso di colpa provato nei confronti di chi era morto e dall’indifferenza delle persone che non avevano vissuto tale dramma: in “Cinque storie ferraresi” di Giorgio Bassani, il protagonista Geo, reduce dal lager, diventa un elemento indesiderato dalla comunità a causa dell’ossessività con cui racconta le proprie vicende e per il fatto che indossa sempre i medesimi vestiti con cui era ritornato. Le persone attorno a lui non hanno voglia di ascoltarlo e non lo comprendono perchè, stanchi dopo cinque anni di guerra, vogliono guardare al futuro ignorando il passato e la storia, simbolo del dolore e della sofferenza.

Ma è possibile trovare un senso in tutto ciò?

E’ possibile dare una giustificazione a questo genocidio e alla disarmante razionalità e freddezza con cui fu compiuto?

Primo Levi ne “I sommersi e i salvati” descrive il suo tentativo di trovare un senso nella follia del Lager attraverso la lingua, il polacco e il tedesco a lui sconosciuti, che impediva ogni forma di co-municazone e di comprensione ma che era indispensabile per poter sopravvivere: non conoscere il numero del deportato che lo precedeva alla fila per la mensa significava non mangiare, oppure non mostrare il proprio a comando, essere puniti  dalle SS.

I Lager, come il nazismo di per sé, sono delle follie che però al loro interno presentano un incre-dibile ordine, un’assoluta coerenza, sistematicità e, se si vuole, banalità. Il verbale della Conferen-za di Wannsee, mostra con chiara e intrinseca razionalità il destino di morte di ben undici milioni di ebrei (per ogni paese sono enumerati i “pezzi” da eliminare presenti nel territorio), ma l’esempio più inquietante di questa lucida follia sono le testimonianze dei carnefici come Rudolf Hoss, comandante ad Auschwitz, e dell’SS Stark.

Sia Hoss che Stark diedero le loro testimonianze in occasione del processo di Norimberga che li giudicò entrambi colpevoli e li condannò a morte: gli imputati si giustificarono di fronte alla corte affermando di aver semplicemente eseguito degli ordini, descrivendo il proprio comportamento in pieno accordo con ciò che veniva testimoniato dai sopravvissuti ma in maniera fredda, distaccata e senza alcun senso di colpa. Tutti e due erano delle persone normali, comuni, non veri carnefici, eppure furono responsabili della morte di centinaia di migliaia di persone senza provare nessun rimorso per ciò: come mette in luce Hannah Arendt ne “La banalità del male” i veri ”mostri” sono pochi. Sono numerose invece tutte quelle persone (come Stark, Hoss o il “ragioniere della morte” Heichmann) che sono comuni, normali ma prive di un loro pensiero autonomo e che si sono fatte guidare dalle leggi, semplici ma indiscutibili, rappresentate dagli ordini del Führer, capo carismatico e personificazione della volontà del Reich.

Giustificare però sembra impossibile: Stark aveva vent’anni, interessi culturali, era molto istruito ed era stato anche ferito al fronte ma si rese responsabile di massacri, fucilazioni e di omicidi arbitrari frutto anche di scelte personali, non solo di ordini. Hoss, invece, era totalmente insensibile alla richieste di pietà e di aiuto delle sue vittime, comprese donne e bambini.

Tutto ciò non è quindi conseguenza esclusiva dell’indottrinamento e dell’ideologia nazista, ma implica anche una propria scelta e l’incapacità di guardare al prossimo come essere umano ma solo come animale: non ci sono documenti che indicano ordini espliciti e neppure nella Conferenza di Wannsee compare chiaramente e direttamente la parola “sterminare” o “uccidere”, come d’altra parte nei documenti-testimonianze dei deportati non è presente alcun esempio di qualcuno che si

sia rifiutato di obbedire.