LA SHOAH: TRA STORIA E MEMORIA

 

 

‘Shoah’ è un termine ebraico che significa “distruzione”. Una così piccola parola per indicare una delle pagine più atroci della storia dell’umanità: il genocidio degli ebrei in epoca nazista.

6 ottobre 1938 in Italia: la vita quotidiana di alcune persone aveva subito cambiamenti radicali come conseguenza dell’uscita sul Giornale Fascista del Foglio d’ordine del PNF. Il Gran Consiglio del Fascismo, unico partito esistente in Italia dal 1925, privava i cittadini ebrei di alcuni diritti civili (come possedere grandi aziende e terreni, prestare servizio militare…) oltre che personali (partecipare alla vita politica italiana e contrarre matrimoni con persone di razza ariana).

Ma l’ideologia razzista e la volontà di conservazione della purezza della razza perfetta non si arrestavano ad una semplice ‘privazione dei diritti’ per gli ebrei. Essi, come simbolo dei diversi, della razza impura ed inferiore per eccellenza, dovevano essere internati in appositi campi di concentramento. A tal proposito risulta interessante l’Ordinanza di Polizia Italiana del 30 novembre 1943 del Ministro degli Interni Buffardini con la quale si disponeva la deportazione degli ebrei di qualunque nazionalità e la confisca di tutti i loro beni.

Ma il documento più significativo e allo stesso tempo più terribile è sicuramente il verbale stilato il 20 gennaio 1942 durante la Conferenza di Wansee. Secondo il programma presentato da Heidrich, capo del DS, tutti gli ebrei dovevano essere deportati all’Est ed usati come manodopera. Quindi, secondo una “selezione naturale”, i sopravvissuti durante questo periodo di lavoro forzato sarebbero stati la “nuova cella germinale ebraica”. È interessante notare il tono formale e cauto del verbale ed il fatto che non venga dichiarato che i sopravvissuti tra gli ebrei sarebbero stati uccisi, ma solamente “trattati di conseguenza”. D’altro canto bisogna tenere in considerazione che si trattava di una riunione segreta e che i tedeschi avevano tutto l’interesse a non dichiarare esplicitamente il loro obiettivo finale, cioè l’annientamento degli ebrei. Infatti, il documento avrebbe potuto finire anche in mano a persone che se fossero venute a sapere che cosa veramente s’intendesse per “soluzione finale”, non avrebbero più sostenuto la politica hitleriana.

Ma nonostante ciò si può ben capire che la maggior parte delle persone già conosceva la realtà dei lager e che cosa accadesse dietro quelle mura circondate da filo spinato. Infatti, pur trovandosi di regola in zone appartate come nel caso di Treblinka ed Auschwitz, molte volte erano collocati anche vicino a centri abitati (si pensi, ad esempio, a Dachau).

Oggi siamo a conoscenza della vita condotta dai deportati all’interno dei lager per la stesura di varie memorie autobiografiche. Sicuramente, a tal proposito, non può non essere citato Primo Levi, con i suoi monumentali scritti ‘Se questo è un uomo’, ‘La tregua’, ‘I sommersi e i salvati’ (1986). In quest’ultimo saggio si mette in luce in diversi punti l’importanza della testimonianza dei sopravvissuti nei campi. Levi, infatti, sottolinea come non si debba assolutamente dimenticare un passo così tragico della storia dell’umanità. Dal canto loro, anche gli internati, durante la permanenza nei lager, cercavano di fissare nella loro mente parole, frasi e suoni che apparentemente sembravano insensati come “inconsapevole preparazione per una successiva ed improbabile sopravvivenza in cui ogni più piccola esperienza avrebbe potuto completare un quadro generale”.

Anche il romanzo ‘Cinque storie ferraresi’ (1974) di Bassani sottolinea l’importanza della testimonianza affinché la gente conosca la verità dei fatti senza che, con il passare del tempo, perda di realismo cadendo nel fantastico. Infatti, come si può leggere sempre nello scritto di Bassani, Geo, un deportato sopravvissuto, continuava a raccontare ininterrottamente la sua esperienza indossando sempre i soliti vestiti sgualciti per essere come un monumento vivente. Ma nonostante ciò, notava che la reazione della gente era di noia e di incredulità.

Uno degli aspetti che questi racconti di memoria riprendono più volte, è il cambiamento psicologico subito dai deportati all’interno del lager. Essi diventavano insensibili, annullavano la loro personalità e la loro umanità: la sopravvivenza diventava l’unica legge. Secondo Rosemberg, zingaro internato ad Auschwitz, sia le vittime che i carnefici commettevano violenze appena ne avevano la possibilità senza sapere il perché. Tutti sono insensibili, “nessuno è buono o cattivo” (da ‘La lente focale. Gli zingari nell’Olocausto’ –2000-).

Ma cosa accadde dopo la caduta del sistema concentrazionario nazista? Per quanto riguarda gli ebrei sopravvissuti, Levi ne ‘I sommersi e i salvati’ sottolinea come fossero accompagnati da un senso di colpa, o di vergogna: essi si rendevano conto che la loro salvezza era dovuta alla morte di molte persone. Infatti spesso durante la permanenza nei lager, avevano addirittura rubato del cibo o picchiato perché erano tutti diventati come bestie spinte ad agire unicamente secondo il proprio egoismo personale.

È significativo invece come proprio i carnefici, i gestori dei vari campi e molte SS, nel periodo post-nazista non siano stati sopraffatti da alcun senso di colpa. Ciò lo si può notare dallo scritto autobiografico di Höss, comandante di Auschwitz, stilato poco prima del suo processo. Con tono assolutamente distaccato, insensibile, mostra come i Sonderkommandos (squadre composte da prigionieri ebrei) avessero il compito di accompagnare gli altri ebrei alle camere a gas, e riporta la confusione che si veniva a creare per la divisione delle famiglie durante le selezioni. Quello che più spaventa è proprio il tono oggettivo con cui Höss descrive scene di massima atrocità. Infatti egli intende discolparsi proprio mostrando l’ordine, la coerenza e la programmaticità vigente nei lager a cui tutti i carnefici dovevano sottostare. Loro non facevano altro che “obbedire”.

Nel testo teatrale di Weiss ‘L’istruttoria’ (1966), si parla ancora di un processo contro Stark, un responsabile dello sterminio nei lager. Anche questi è presentato come una persona assolutamente normale, anzi, esemplare per la sua carriera diplomatica e militare. Eppure Stark uccise molti prigionieri sovietici e partecipò allo sterminio di 25 000 vittime. Egli si difese sempre sostenendo che non faceva altro che “eseguire gli ordini”, mentre il suo avvocato riporta a sua discolpa la sua giovane età e la sua vita esemplare.

È incredibile come siano i deportati a portarsi dietro un pesante senso di colpa e non i carnefici, pur essendo questi gente normalissima capace anche di grandi valori (come l’amore per la famiglia). Uno psicologo, dopo aver parlato con Eichmann prima del suo processo, asserì:”E’ più normale di me dopo che l’ho visitato”.

D’altro canto è proprio Levi che sostiene l’importanza di ricordare affinché questi fatti non si ripetano: infatti la Shoah è nata e si è sviluppata per opera di persone normali. Persone che, sottoposte ad un regime totalitario, si trasformano in mostri. Quindi, attraverso le fonti storiche e di memoria è possibile conoscere gli errori passati e cercare di evitarli non appena si ripresentano. Anzi, lavorare perché neppure lontanamente si ripresentino; lavorare perché ai primi sintomi vi sia una salutare reazione.

 

 

Lara Brussich, V  D del Liceo Scientifico G.Galilei, Trento