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SCRITTURA POPOLARE

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Scrittura popolare | Seminari |
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Scrittura popolare

L’Archivio della scrittura popolare di Trento è una istituzione che recupera, conserva e studia testi autobiografici e autografi, riconosciuti come popolari, ovvero di scriventi appartenenti ad una classe sociale medio – bassa (barbieri, contadini, falegnami, fornai, frustai, muratori, negozianti, operai, ruotai, segantini, tipografi…), che condividono, in altri termini, una prossimità sociale e una medesima esperienza scolastica.

Ma è una scelta di campo praticata con una certa larghezza, volendo accentuare soprattutto il ruolo di "scriventi" contrapposto a quello di scrittori (in qualche modo professionisti della scrittura), di uomini transitivi, per usare la bella definizioni di Roland Barthes, per i quali la scrittura costituisce un'attività e non una funzione.

Ancora al primo seminario del 1987 Antonio Gibelli chiariva in termini condivisibili la questione della popolarità della scrittura:

"Se nel titolo del nostro progetto si è preferito per semplicità adottare la formula scrittura popolare, è probabile che dal punto di vista concettuale ma anche a scopi operativi (ossia nella pratica della ricerca e della costruzione dell’Archivio), torni più opportuno l’uso della categoria di "gente comune", se si vuole non meno vaga ma forse più adatta a identificare [...] il soggetto delle pratiche di scrittura in un’epoca di declino marcato delle barriere e delle gerarchie sociali statiche, e di avvento dei processi sociali e culturali di massificazione".

Pur condividendo la proposta di Gibelli non abbiamo ritenuto di annullare del tutto ogni distinzione legata alla dinamica sociale, magari per accettare una formulazione ancora più vaga – proposta, un po’ provocatoriamente da Mario Isnenghi – che finiva per far rientrare ogni tipo di scrittura, purchè privata e non segnata da qualche potere di ruolo ["Magari poi nella scrittura popolare ci possiamo far rientrare Cadorna nel momento in cui scrive a sua figlia Carla, visto che quello è il luogo privato"].

Questa connotazione di classe (ma nient’affatto rigida, come si è detto) è ciò che distingue il nostro da altri archivi autobiografici, ed esplicita una delle sue finalità non secondarie: affermare e rendere visibile l’esistenza di una pratica autobiografica popolare autonoma, contro una linea interpretativa per cui, come ha scritto Diego Leoni, "saremmo costretti a racchiudere l’esperienza comunicativa delle classi popolari fra i due estremi dell’oralità che esclude la scrittura e della scrittura come espressione di un’emergenza sociale (nel senso di uno sradicamento e di un estraniamento dalla classe di appartenenza) che esclude l’oralità e la capacità di scrivere di se stessi".

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I Seminari dell'Archivio

Nel 1988 si istituisce a Trento la "Federazione degli Archivi della scrittura popolare" con il compito di aprire un confronto permanente su materiali, metodi disciplinari, letture critiche.

Con cadenza dapprima annuale gli incontri hanno messo a confronto non più solo storici, ma linguisti, antropologi, studiosi di letteratura, e poi psicologi e pedagogisti, in un incrocio complesso di competenze e di interessi.

Il percorso metodologico e di ricerca è ormai avanzato: dopo aver intrecciato, nei primi due seminari, Per un Archivio della scrittura popolare (1987) e L’Archivio della scrittura popolare: natura, compiti, strumenti di lavoro (1988) ricognizioni e definizioni del campo e messo a punto gli strumenti di lettura e di catalogazione si sono affrontati alcuni temi centrali.

Il seminario sui Luoghi della scrittura autobiografia popolare (1989) ha selezionato alcuni campi di scrittura più o meno canonici: la vita militare, la guerra, la prigionia, la resistenza, ma anche l'emigrazione, l'emarginazione, i processi di emancipazione operaia e femminile, le esperienze delle minoranze religiose e in più alcuni esempi di scrittura provocata dal medico, nel caso dei malati mentali degli ospedali psichiatrici emiliani, o dall’ufficiale di polizia, nel caso delle autobiografie dei briganti lucani, oppure dal compagno di sanatorio per Boris, ebreo polacco ex prigioniero e soldato dell’armata rossa.
Ma è durante questo seminario che emergono preoccupazioni di tipo storiografico per l’eccessiva frammentarietà delle ricerche, per la mancanza di riferimenti a processi storico-sociali più vasti, per l’enfatizzazione delle scritture popolari, sempre a rischio di trasformarsi in "emblemi".

Le lettere ai potenti (1990), titolo del seminario dedicato ad una epistolografia asimmetrica ed ineguale, ha ripercorso luoghi e situazioni conosciute come la guerra e l'emigrazione, per poi scoprire la deferenza, la supplica o la rivendicazione all'interno della fabbrica, del dopolavoro, del municipio, del santuario, o nei confronti dei giornali, dei divi, della radio e della televisione. Dentro un filo conduttore ben evidenziato da Gibelli: "[…] il Novecento, l’epoca delle grandi guerre, dei grandi eventi incontrollabili che travolgono la gente comune, presenta il paradosso di un protagonismo della gente senza storia, di un bisogno di esistere da parte di esseri anonimi e comparse, di cui le scritture ai potenti recano talvolta una traccia straordinaria".

I due incontri sulle scritture dei bambini e degli adolescenti, La scrittura bambina (1991) e Piccoli scrivani: scritture nel tempo dell’infanzia e dell’adolescenza (1993) hanno riportato l’attenzione sui tempi e i modi dell’apprendimento della scrittura e hanno proceduto per sondaggi ad individuare alcuni luoghi della scrittura dei bambini, dove storicamente si rivelano modalità d’uso e funzioni ben identificabili, o, più precisamente, processi di alfabetizzazione, intenzioni educative, pratiche didattiche, tradizioni famigliari, progetti di formazione politica o, viceversa, luoghi più circoscritti in cui la scrittura serve ad altri scopi, non pedagogici, ma fortemente espressivi dei vissuti dei propri piccoli autori.

È evidente che in questi due incontri si è privilegiato più la scrittura, proprio nella sua incompiutezza, che il popolare.

Il sesto seminario, Documenti, testi, studi, archivi. Per un bilancio del lavoro sulla scrittura popolare in Italia (1992), ha avuto, come recita il titolo, il carattere della riflessione interna. Due i temi in discussione: la circolazione dei testi di scrittura popolare e di scrittura comune come prodotti editoriali, come libri, come oggetto di fruizione anche estetica e letteraria; l'adozione di un codice deontologico in grado di tener conto sia dell'interesse degli studiosi a far diventare pubblico ciò che era privato (facendolo entrare in un patrimonio di documenti a tutti disponibile), sia dell'esigenza di rispettare l'individualità degli scriventi.

L'incontro, Archivi autobiografici in Europa. Tradizioni e prospettive a confronto (1998) si articolava in tre sezioni. La prima tracciava una ricognizione all'interno dell'universo eterogeneo degli archivi autobiografici europei, luoghi di "accoglienza" e conservazione di testimonianze scritte del passato, ma anche sedi di produzione di scrittura.

La seconda, spostata sul confronto disciplinare, cercava di rispondere alla domanda scientificamende fondata: fino a che punto le attività e i materiali degli archivi autobiografici hanno cambiato, per la storia, l'antropologia, la sociologia, la linguistica, il modo di concepire i tre elementi riuniti nella pratica autobiografica: il biografico, la scrittura, l'individuo? La terza sezione allargava la discussione al rapporto tra conservazione-rielaborazione della memoria e (ri)costruzione dell'identità etnico/nazionale. Tema centrale (finanche abusato) non solo del dibattito storiografico, ma anche di quello culturale e politico.

È in preparazione il nono seminario, previsto per l'autunno 2005, dal titolo Scrivere agli idoli: la scrittura popolare negli anni sessanta a partire dalle 150.000 lettere a Gigliola Cinquetti, che sarà accompagnato da una mostra.
Si tratta di un
seminario che nasce dall'esigenza istituzionale di dar conto dell'Archivio Gigliola Cinquetti (dimensioni, consistenza, caratteristiche), ma intende allargarsi ad indagare tipologie archivistiche simili, generi epistolari affini, un periodo storico definito (gli anni Sessanta).
Il seminario avrà le caratteristiche già ben collaudate nei precedenti incontri promossi dall'Archivio della
scrittura popolare: un respiro ampio, europeo (di confronto, con ricerche, studi, descrizioni di archivi simili) e un incrocio multidisciplinare (che veda la presenza, del resto consueta, di sociologi, antropologi, linguisti, storici).

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Generi

a. Scritture autobiografiche di guerra

Sono diari relativi alla Grande Guerra, di misura e impegno diversi, di soldati di lingua italiana, appartenenti all’Impero austro-ungarico, inviati per la maggior parte sul fronte orientale (in Galizia, sui Carpazi, ai confini con la Serbia, in Romania: pochi dei 60.000 trentini arruolati combatterono contro le truppe italiane sull’Isonzo o sui fronti di montagna; loro diretti avversari furono i reparti russi ad opera dei quali subirono terribili perdite, specialmente nel 1914). O sono memorie scritte per lo più durante il conflitto. La fine della propria guerra dovuta alla prigionia, all'ospedalizzazione, al ritiro dal fronte, consente infatti lo spazio e il tempo per un bilancio autobiografico.

Tra questi si devono annoverare anche i testi che ricordano una guerra dimentica, combattuta tra le steppe della Siberia. Centinaia di trentini prigionieri dell’esercito russo si trovarono nel 1918 a Tien Tsin inquadrati nel Corpo di Spedizione Italiano in Estremo Oriente, impiegati in azioni militari antibolsceviche a fianco dell’esercito di Kolciak e degli altri corpi di spedizione alleati.

Ancora, relativi alla prima guerra, sono le lettere, i diari e le memorie dei profughi, che nei giorni immediatamente precedenti la dichiarazione di guerra dell’Italia, dovettero in massa abbandonare i paesi e le città situati a ridosso della futura linea del fronte: circa 70.000 trentini vennero avviati verso le province centrali dell’Impero (dall’Austria inferiore, alla Boemia e alla Moravia), mentre un anno più tardi altri 30.000 furono convogliati, dall’esercito italiano, verso sud (dalla Lombardia alla Sicilia). Di quell'evento che costituì una lacerazione memorabile nella storia della comunità, le memorie delle donne danno conto in maniera particolarmente drammatica.

Al nucleo originario delle scritture della Grande Guerra si sono aggiunti testi relativi alla seconda guerra mondiale.

Sono, di nuovo, lettere, diari e memorie autobiografiche incomparabilmente meno numerose. Si tratta soprattutto di diari scritti da militari (perlopiù ufficiali) trentini e non (il fondo è assai meno caratterizzato dalla territorialità) sui campi di battaglia (Africa settentrionale, Grecia, Montenegro, Albania, fronte francese, ritirata di Russia.) e diari di prigionia redatti nei campi di concentramento in Germania dopo l’8 settembre. Poche le memorie autobiografiche e perlopiù scritte a molti anni di distanza entro un genere che si avvicina all'autobiografia d'infanzia.

Tale scarsità dipende in parte dai ritardi e dalle difficoltà oggettive della ricerca.

"E’ probabile – ha scritto Fabrizio Rasera – che molti testi giacciano in cassetti o negli armadi, non solo per sottovalutazione dell’importanza di questo tipo di documenti da parte di quelli che li possiedono, ma anche per il perdurare di una censura profonda nei confronti di un’esperienza la cui valutazione è stata essa stessa, nel dopoguerra, un campo di battaglia politica e culturale. E’ accaduto così anche nel caso della Grande Guerra. Le agende e i quaderni di soldati contadini e di altri protagonisti comuni sono emersi e diventati disponibili allo studio in notevole quantità solo quando gli eventi erano ormai lontani, quando ad esempio, per restare al caso trentino, l’essere stati austriacanti o tiepidi verso la causa nazionale non costituiva più un elemento di giudizio sociale negativo, e quando alla ritrosia del reduce era subentrata l’esigenza collettiva di recuperare una più integrale memoria del passato".

Ma non è escluso che si sia scritto anche meno: "Per i ragazzi cresciuti nel fascismo la guerra era già entrata da anni nell’orizzonte ordinario e prevedibile dell’esistenza, perché un’educazione riuscita le aveva tolto il carattere di traumatica straordinarietà che aveva spinto a scrivere tanti loro padri e fratelli maggiori".

Tutto giusto, ma certo un impegno maggiore nella ricerca e un progetto anche editoriale hanno già cominciato a dare i suoi frutti come dimostra la collana "Memorie" del Museo della Guerra di Rovereto.

Netta è comunque la differenza tra le due scritture: se quella relativa alla Grande Guerra evidenzia una successione tematica quasi modulare (partenza-combattimenti-resa-prigionia-ritorno), i testi della seconda guerra sono frammentari ed episodici, partendo da un frattura nella continuità della guerra: il ritorno dalla Russia, la resa dopo l’otto settembre, il ritorno dal campo di prigionia.

b. Canzonieri popolari

Costituiscono un corpus, relativamente ben identificabile: sono repertori canori manoscritti, a volte non privi di fregi e di illustrazioni, che coprono un arco di tempo piuttosto ampio (dagli ultimi decenni dell’Ottocento agli anni anni Quaranta di questo secolo). Caratterizzati dalla situazione in cui vengono redatti (l’emigrazione, il servizio militare, la prigionia), o da un genere specifico (devozionale/religioso-mariano, patriottico), i quaderni-canzonieri vanno considerati come istantanee capaci di fissare, per un attimo, il flusso multiforme dell’esperienza culturale (qui indubbiamente emozionale, letteraria, poetica, pur dentro linguaggi di consumo e di riuso) e di raccontare, di conseguenza, molte "storie" di tipo intertestuale: sono, in altre parole, testi che rimandano ad altri testi lungo sentieri non sempre espliciti. Ci riferiamo, è evidente, alla circolazione dei libri e dei fogli volanti, ma anche all’ascolto del disco e della radio. E rimandano ai luoghi privilegiati dell’alfabetizzazione e dell’acculturazione popolare: la chiesa, la scuola, l’osteria, la caserma (e, ahimé, la guerra e la prigionia). Così che alla fine questi canzonieri riflettono, come in controluce, le trame di interventi educativi, frammenti di mitologie nazionali, la presenza di culture folkloriche insieme a quelle elaborate per il popolo.

La scrittura infatti conserva tutto ed espone visibilmente i cambiamenti, le contaminazioni, le contraddizioni, le co-presenze di antico e di recente, gli accostamenti, non volutamente irriguardosi del sacro con il profano. Rispetto all’universo dell’oralità, dove opera la doppia censura della collettività e della memoria che privilegia l’univoco, l’universo della scrittura, profondamente individuale, sembra riflettere meglio la complessità dell’esperienza.

Particolarmente interessanti sono i canzonieri di caserma d’inizio secolo, su cui i militari trentini riportavano i testi di una subcultura maschile e giovanile diffusa nelle caserme austriache: i testi negativi della nostalgia e della partenza amara, della lontananza e della perdita, del carcere e della morte; le canzoni narrative e quelle dei cantastorie, il repertorio legato al desiderio sessuale, le parodie liturgiche, i testi furbeschi. Di fronte alle contemporanee raccolte dei cultori delle tradizioni popolari, singolarmente "pulite", "solari", "antiche", i canzonieri privilegiano i testi "notturni", sporchi, contaminati dal presente e dalla cronaca nera, rispondenti al desiderio e al piacere.

c. Libri di famiglia

Si tratta di un fondo entro cui abbiamo compreso anche i libri di casa, i libri dei conti, le agende pre-stampate utilizzate per la registrazione della contabilità familiare, le agende di annotazioni metereologiche.

I libri di famiglia contengono una scrittura diaristica plurale senz'altro più complessa: tenuti da più generazioni assumono per argomento la famiglia stessa nei suoi aspetti biologici, economici, rituali-religiosi, culturali e comportamentali (su questo rimando alle pubblicazioni e al bollettino del gruppo romano dei "Libri di famiglia"). Sono di questo tipo, per esempio, i libri della famiglia contadina Dallepiatte di Pergine che registrano dal 1845 al 1947 (su 21 quaderni), cento anni di storia familiare e collettiva: dai lavori stagionali, alla cronaca familiare e locale, secondo modalità non dissimili da quelle impiegate dalle famiglie medio-borghesi e nobili studiate dal gruppo di lavoro coodinato da Raul Mordenti.

Altri, più prossimi agli zibaldoni, assumono le caratteristiche di contenitori di testi diversi: indirizzi, preghiere, minute di lettere, resoconti delle vendemmie, conteggi, preventivi per lavori edilizi, contratti di compravendita, testamenti.

d. Quaderni e diari scolastici

Depositati insieme alle scritture (popolari) adulte, le decine di quaderni di calligrafia, di lingua, di artimetica, di economia domestica ed altro (che vanno, non senza lunghe interruzioni, dal 1906 ai primi anni Cinquanta) documentano le fasi di un apprendimento / addestramento insieme formale e morale.

Inoltre sullo sfondo della seconda guerra o dell’immediato dopoguerra, si collocano alcuni diari di scuola media che contengono anche intime riflessioni adolescenziali.

e. Zibaldoni

Usiamo il termine zibaldone nell'accezione più vasta di raccolta di scritture eterogenee, sia quanto ad argomento che ad autori. L'Archivio conserva diversi sottogeneri: quaderni con appunti su argomenti storici e religiosi con brani tratti dai vangeli; raccolte di poesie adatte a varie occasioni rituali (prima comunione, nozze, compleanni ecc.); raccolta di prose letterarie ricopiate perlopiù da riviste.

Zibaldoni del tutto particolari sono invece alcuni quaderni di appunti e di riflessioni politiche di un militante di base, frutto di letture e di alcuni corsi di formazione politica seguiti in una delle sedi milanesi del Partito Comunista Italiano nei primi anni Cinquanta.

Capitati in Archivio quasi per caso, sono materiali che sollevano l’interesse per un’altra di quelle "catastrofi storiche", possibili produttrici di memoria, di testimonianza, forse di scrittura, costituita dalla caduta dei regimi comunisti del est, dalla crisi dell’ideologia comunista e di conseguenza dal profondo mutamento della sinistra italiana. Contro il gusto degli azzeramenti storici, contro il vuoto e l’oblio, Mario Isnenghi, nel seminario del 1992 (Per un bilancio del lavoro sulla scrittura popolare in Italia) invitava a scegliere la memoria, ovvero di "indirizzare le forze (…) verso la catastrofe storica che più appare caratterizzante, di massa, e che più, per tanti versi, ci riguarda: quella del Partito comunista italiano e, perché no, mutato tutto quel molto che c’è da mutare, del Partito socialista. E’ proprio questo, oggi il fronte strategico dei custodi della memoria, tanto collettiva che individuale, ognuno ci metta pure le proprie priorità; e qui ci sono i traumi, inabissamenti e perdite di senso per tutti i raccoglitori e gli oralisti di buona volontà".

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Scriventi soldati

Tramite i loro racconti irrompono sulla scena della guerra i combattenti comuni, i contadini, gli operai, gli artigiani. E si presentano con la loro voce, recitante un copione originale, direttamente e interamente scritto da loro.

Questi nostri scriventi cercano di far fronte alla realtà della guerra (ed in questo li potremmo osservare anche nei libri di Lussu e Jahier), ma non sono "semplicemente realistici". Questi diari che nascono dal bisogno, spesso, di mettere ordine nel caos della guerra, di tradurre almeno nella linearità della scrittura il disordine multiforme dell’esperienza; queste memorie che costituiscono, quasi sempre, il tentativo di fare un bilancio, di rintracciare un itinerario, di scoprire un senso, mettono in scena quella che si definisce come la soggettività degli uomini e delle donne imprigionati dalla guerra. Proiettano sulla carta aspettative, desideri, bisogni (anche estetici), sogni. Qualche esempio.

Antonio Giovanazzi, immerso nel fango delle trincee serbe, annota giorno dopo giorno gli eventi privi di novità di una guerra che si trascina e si mostra con il volto del lavoro coatto, ma sulle pagine del suo Kriegsnotizen dà corpo soprattutto alla lancinante nostalgia per la famiglia, il paese, i lavori di campagna. Dà forma ad una religiosità protettiva immaginandosi nelle vesti di Cristo nel suo doloroso viaggio al Calvario o sotto la protezione del mantello della Madonna.

Angelo Zeni, prigioniero in Siberia, rinuncia addirittura ad essere "realistico" per rifugiarsi quasi unicamente nel sogno del paese natale e della moglie lontana, così che il suo diventa un diario notturno, che registra le varianti di un unico grande sogno di libertà e di pace.

"Questa notte notte di Natale di Gesù Cristo io mi sognai che mi trovavo in Cambone e che cola ero vicinoi alla mia molie ed ai miei figli e che vidi anche mio fratello Giacomo io mi divertivo col mio Francesco e poi il mio francesco mi disse cosa mi hai portato papà dalla Russia? Io li dissi i comfetti al quale subito apri il mio cuffer dove che c’era d’entro anche la mia Chitarra. Allora il Francesco divise i comfetti a tutta la famiglia del zio Minco e poi rimase eli stesso senza".

Ad un diverso livello si pone il caso di Sebastiano Leonardi, contadino come gli altri, ma lettore di Dante e amante del melodramma, che tenta di recitare sulla scena una propria personale discesa agli Inferi con una lingua letteraria ricca di metafore e di citazioni colte.

E simile è l’operazione di Luigi Daldosso, altro soldato-contadino prigioniero a Pinerolo, che trasforma il suo diario in un’impresa coraggiosa ed ambiziosa: dar forma, avvalendosi della lettura dell’Ariosto e di Victor Hugo, a un’opera letteraria capace di comunicare la condizione umiliante del prigioniero. Fermiamoci qui.

In situazioni drammatiche e di privazione della libertà l’attività dello "spirito", la pratica intellettuale, l’esperienza estetica diventano una di quelle virtù quotidiane, ad un certo punto necessarie per sopravvivere. Si aggiungono, come ha scritto Todorov in un’opera sui campi di sterminio, alla dignità e all’altruismo. E dunque quei tentativi di trovare una scrittura letteraria, che in altre situazioni potremmo considerare "patetici", in realtà ci raccontano il bisogno di fare un’esperienza estetica, lì in un buco di prigione italiana come in un campo siberiano.

Questo per le modalità dell'autorappresentazione. Quanto al senso dobbiamo rifarci innanzitutto ad uno studio di Antonio Gibelli, là dove si rileva come la scrittura dei combattenti comuni sia segnata dall’incontro con la "grande storia" e con l’esperienza della modernità. La prima grande guerra del Novecento si presenta già con le caratteristiche della spersonalizzazione: mette in discussione modi di vivere e di pensare, obbliga ad una ridefinizione della propria identità.

"La perdita irreparabile di tutto il vecchio mondo appare come prima, generalizzata esperienza del cambiamento, implica un senso nuovo della trasformazione come movimento nel tempo; un tempo non puramente biologico e naturale e quindi non più semplicemente definito da binomi quali giorno-notte, nascita-morte, giovinezza-vecchiaia, fatica-riposo. In ciò appare come un segno del passaggio della modernità al livello del sentire comune. L’esperienza della modernità è in primo luogo esperienza di una lacerazione che investe simultaneamente il senso della vita e il senso della storia".

La frattura tra lo scrivente e la comunità di appartenenza si manifesta fin dalle prime pagine dei diari, quando debbono dar conto della partenza per il fronte.

Così come era stato significativo, il momento della partenza, per una intera generazione di intellettuali europei (rimando per questo all’opera di Eric Leed), così anche nei nostri testi treni e stazioni ferroviarie sono luoghi carichi di significato simbolico, ma in senso inverso.

Sono i luoghi della lacerazione dalla comunità che si lascia con una pena di intensità sconosciuta, verso un futuro che si annuncia spaventoso. Il passaggio avviene tra l’universo della vita (il mondo degli affetti e del lavoro) e quello della morte.

"Era le 4 ½ quando arrivò il treno in Stazione, circa 90 eravamo per la partenza, saliti in treno che fummo tutti auguravano un presto ritorno, chi piangeva, chi urlava, chi era stupidito vedere una cosa cosi spaventosa. Il treno da un grande fiscio segno di partenza e parte". [Mario Raffaelli].

"Il treno era ornato di fiori foglie e bandiere, ma il pensier era serio pareva di aver la morte poco distante. I canti erano mesti mesti come gli uccelli sulla neve" [Giovanni Zontini].

Il senso della rottura si prolunga fino sui campi galiziani, dove con la scoperta della moderna guerra totale si fanno strada la nostalgia per un mondo forse irrimediabilmente perduto e un senso acuto di perdita di ogni certezza.

Massimiliano Sega, forse il più incerto tra i nostri scriventi, prende la penna in mano per arginare proprio la sensazione di aver perso tutto e l’insieme del suo testo rimanda continuamente a quel prima da cui trae significato. Altri ricordano con struggente tenerezza i giorni di un tempo che ora appare come appartenente ad un’altra epoca in cui si era giovani (tutti gli scriventi assumono l’esperienza di guerra come un tempo accelerato e straordinariamente condensato così da far nascere il senso di un rapido invecchiamento, la consapevolezza di una precoce maturità).

Così la scrittura registra a volte sbigottita, a volte dolente, il cambiamento che avviene nella percezione di se stessi. E poi il disordine e la casualità delle operazioni e l’assoluta estraneità dal controllo degli eventi creano sconcerto e confusione: esattamente come i combattenti di Leed, anche i nostri percepiscono "il distacco e la mancanza di significato delle proprie azioni come spogliazione personale, come una mutilazione", paventando la guerra come evento autonomo, macchina, cataclisma quasi "naturale", sfuggito di mano ai creatori.

Guerrino Botteri, maestro di Strembo, coglie in maniera molto lucida questo aspetto:

"La guerra moderna ha questo di spaventosamente triste: l’individualità sparisce, si diventa gocce d’una fiumana di lava che lentamente, con moto fatale si spinge in avanti, s’arresta, retrocede: le gocce non contano nulla: se una si ferma, s’agghiaccia, si perde, nessuna ci bada: se quella goccia stride, cigola, prima di spegnersi, il suo grido è sopraffatto dal cigolio spumoso, enorme del fiume. Così noi, rinchiusi in quel campanile, dove di minuto in minuto una granata poteva fare una carneficina spaventosa, sotto la minaccia continua della morte, che urlava intorno, con 2 donne squarciate da una granata trascinate e abbandonate in fretta dietro al campanile, noi, dico, vivemmo in quel dì tutte le angoscie di chi legato, senza possibilità di difesa, si trova circondato da belve che sembrano divorarlo, di minuto in minuto".

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Scriventi donne

Introduttivamente possiamo affermare che anche per loro, il gesto stesso della scrittura, rispose a necessità di solito individuate come tipiche delle scritture femminili del tempo del secondo conflitto, ovvero a "una necessità tutta femminile di salvare uno spazio per sé, mentre gli ambienti consueti spariscono; a una ricerca di preservazione e di identità, nel mutamento catastrofico di riferimenti personali ed esterni; ad un compensativo dell’assenza di persone care, con le quali si intrattiene un dialogo quotidiano, magari sotto forma di lettere senza risposta; sovente a una necessità di sfuggire all’angoscia". [E. Alessandrone Perona]

Non si potrebbe dir meglio, perché il caso trentino presenta già alcuni aspetti di quella che è stata chiamata, un po’ per paradosso, la "femminilizzazione" della guerra e che si renderà visibile con la guerra sul territorio del 40-‘45.

E ancora sulla soglia di queste scritture, è il caso di rilevare che esse, scritte all’inizio del secolo, ma scoperte e lette solo alla fine, finiscono inevitabilmente di evocare altri abbandoni, altri viaggi, altre vite d’esilio, altri internamenti forzati.

E più precisamente testimoniano, in modo fin troppo esemplare, la condizione di chi vive in terra di confine, di chi non si identifica con gli schieramenti in guerra e non sa o non vuole scegliere ed è sospettato, da una parte e dall’altra, di scarsa lealtà patriottica.

Quanto ai temi ricorrenti, ne riprendiamo quattro.

1. La separazione dal marito che raggiunge il fronte, sprofonda queste giovani donne in una condizione di solitudine caratterizzata dall’attesa, spesso frustrata, di notizie. Il pensiero del marito è invadente e pervasivo.

Giuseppina Filippi Manfredi, operaia di 28 anni, scrive il giorno 6 maggio: "Io sono di continuo in pensieri…". Che significa che è preoccupata per la sorte del marito, ma anche che si trova a vivere in uno stato di continua elaborazione narrativa: sono ricostruzioni, ipotesi, scenari di morte che minano la serenità di Giuseppina e che si proiettano nel buio della notte.

"6/6 [1915] Povero Gregorio! Quanto ho pensato anche sta’notte a te! Mi son sognata che sei morto, ho tanto pianto! Mi ci volle del bello prima che mi persuadessi che era un sogno. Mi scriverai?"

Pensieri che diventano ancor più angosciosi quando a causa dell’evacuazione e dell’interruzione delle normali comunicazioni postali queste donne rimangono senza notizie per mesi.

Luigia Senter Dalbosco, contadina di 33 anni, è addirittura sopraffatta dal pensiero del marito e il suo diario non è altro che un lungo, circolare, ripetitivo soliloquio, quasi la scrittura di una endofasia, incapace di strutturarsi compiutamente in testo e che rivela bene la sua funzione riparatrice.

2. La sensazione della privazione e della "perdida" arriva ad investire anche la memoria affettiva, oltre che oscurare il futuro.

Scrive, ancora, Giuseppina Filippi Manfredi il 15 ottobre 1915 nel settimo anniversario di matrimonio: "La guerra ci tolse anche l’incanto che dà il dovere compiuto con amore e la gioia di poter stare uniti uno accanto all’altro felici di poter amarci e vederci crescere attorno i nostri figli.

Da otto mesi entrambi soffriamo torture d’ogni colore; io ad un modo, tu in un altro. Chi mai avrebbe previsto un disastro si terribile? Come finirà? Saremmo uniti in un altro anniversario?". E Cecilia Rizzi Pizzini, un’altra giovane donna, contadina di 24 anni, in un diario che vorrà intitolare Memoria dolorosissima sopra la più grande guerra che s’abbia vista sulla terra, guerra Europea, descrive, con accentuata sensibilità, la militarizzazione del territorio quasi come una profanazione. La distruzione da parte dell’esercito dei luoghi della sua infanzia è percepito come sottrazione di memoria, distruzione degli stessi ricordi, perdita di parte di sè. E diventa, la distruzione di un paesaggio familiare, il simbolo ben visibile di una rottura temporale.

3. Come si diventa profughe? Il primo atto che muta d’un colpo lo status delle donne è naturalmente quello della partenza, luogo autobiografico per eccellenza, continuamente ripercorso e raccontato. Lo è anche per i soldati. Ma c’è qualcosa di diverso in queste partenze amare e angosciate. Mentre gli uomini acquistano una divisa, un ruolo, uno status per quanto non amato e non desiderato, e hanno a disposizione delle retoriche di corpo ed una struttura di sostegno, le donne partendo perdono tutto: la casa e il mondo affettivo che essa poteva significare, un’identità riconosciuta, la rete sociale del paese, mentre non acquistano nulla. È come un senso di amputazione, ben sperimentato anche dai profughi che verranno e che Slavenka Drakulic, una scrittrice croata cercherà di descrivere nel suo diario di profuga di fine millennio: "…mi sono sentita come se mi fossi svegliata con le mani e gambe amputate. O peggio ancora, come se mi trovassi nuda nel mezzo della stanza, scuoiata della mia pelle, spogliata di ogni cosa per me significativa, del senso stesso".

Circola nei testi di queste donne un sentimento doloroso di degrado e di vergogna, a vedersi costrette a fuggire con i pochi e improvvisati fagotti, in un clima di allarme, sotto il controllo dei militari e si paragonano agli zingari e ai mendicanti.

"Raminghi, derubati di tutto, vittime, capri espiatori della superbia dei grandi, privi di tutto, anche insultati! L’onore ancora ci tolgono!" [Giuseppina Filippi Manfredi]

Così nei loro diari cercano di trovare conforto in immagini e luoghi religiosi e letterari che già hanno previsto e descritto la loro medesima condizione. È il caso di Giuseppina Cattoi, un’operaia di ventanni, che trova nella metafora religiosa dell’esilio e nella figura della madonna-mamma, un’assicurazione, una protezione.

Ma il riferimento più comune è al manzoniano Addio monti, là dove l’anaforico "addio" viene collegato con le tre parole chiave del mondo spirituale di Lucia: i monti, cioè il paese, la casa e la chiesa. Non si tratta di una citazione, ma di un riuso sempre molto personale della formula, una adesione ai "pensieri" di Lucia, al suo dolore di dover abbandonare i luoghi della vita e dei sentimenti. Nel testo di Giuseppina Filippi Manfredi, al ricordo della casa e della chiesa si aggiunge quello del camposanto:

"Addio casa, mobili cari ed uttili ad un tempo. Addio abitazione di mio padre ove si sperava di passare gli ultimi nostri anni; addio paese nativo, campo santo dove riposano le ossa dei nostri genitori, della nostra figlioletta. Addio! Chiesa ove fummo fatti cristiani e dove adulti ci giurammo fede all’altare! Tutto abbiamo lasciato e forse per sempre!"

4. Un tema che ricorre in questi diari, così come nei racconti delle donne della seconda guerra mondiale, è il tema della maternità. Come ha scritto Anna Bravo, quando la guerra è sul territorio "la maternità tende a signoreggiare nei racconti", una "maternità potente e arcaica", una "forza enormemente legittimante nei momenti di crisi, quasi un codice di emergenza". Come le figlie che verranno queste nostre giovani madri si rappresentano, a dispetto delle difficoltà, come "donne che sanno, che fanno, che vincono nell’impresa di sopravvivere".

E anche questa delle profughe è una maternità che deborda dall’ambito domestico e lo sradicamento le spinge fuori di casa alla ricerca delle materie prime della vita. E camminano e viaggiano continuamente alla caccia di un lavoro precario (tagliare il fieno o la legna, cavar patate o barbabietole), o per avere un vestito per i figli o il certificato per un sussidio promesso. Escono dai campi di "accoglienza" per chiedere la carità, contrabbandano farina sui confini con l’Ungheria.

Perfino le donne che al momento della partenza si raccontano come assai poco presenti a se stesse, qui all’estero (alla "foresta") imparano presto a prendere il treno, ad implorare lo "starosta" per un’abitazione in cui non piova, a scrivere all’Ufficio profughi e a pretendere l’aiuto dovuto.

Come scrive ancora Anna Bravo, "mobilità e corpo a corpo con il mondo diventano attributi della maternità più che la cura e il dono affettivo, fare la madre entra in urto con il fare la mamma". Tanto che a un certo punto interpretano la loro dura vita come un combattimento più faticoso di quello sostenuto dai loro mariti.

Adelia Parisi Bruseghini, un’operaia di 39 anni, che titola significativamente il suo diario "Una madre al calvario", si trova ad Innsbruck a dover combattere per i suoi sei figli anche contro il pregiudizio che finiva per colpire e discriminare i Welsche, i trentini, i meridionali dell’Impero.

"…qua sembra impazire; per umpò di legna bisogna correre, per farina una lunga fila bisogna fare, per carne, ecc. qua sia sempre da girrare…carte nei municipii…Misercordia… […] Ma ora non sarò più quella che ora sonno? Comprendo vogliono far guera com mé, vigliachi, ma sarò capace di combattere, si combaterò con tutta forza! Con quella gente senza cuore, senza anima senza Dio, ora comprendo che con sei figli o più da combatere che quelli che sono al campo. Ha! Siamo i Vels […]… sono io si, io al fianco dei miei figli, avicinatevi, non troverete, una donna, ma una tigre, siamo Vels, non sapiamo parlare, ma vi mostrerò i denti".

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