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ARCHIVIO
DELLA L'Archivio come luogo di conservazione L'Archivio come sede di studio e di ricerca Approfondimenti |
Scrittura popolare
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Ma è una scelta di campo praticata con una certa larghezza, volendo accentuare soprattutto il ruolo di "scriventi" contrapposto a quello di scrittori (in qualche modo professionisti della scrittura), di uomini transitivi, per usare la bella definizioni di Roland Barthes, per i quali la scrittura costituisce un'attività e non una funzione. Ancora al primo seminario del 1987 Antonio Gibelli chiariva in termini condivisibili la questione della popolarità della scrittura: "Se nel titolo del nostro progetto si è preferito per semplicità adottare la formula scrittura popolare, è probabile che dal punto di vista concettuale ma anche a scopi operativi (ossia nella pratica della ricerca e della costruzione dellArchivio), torni più opportuno luso della categoria di "gente comune", se si vuole non meno vaga ma forse più adatta a identificare [...] il soggetto delle pratiche di scrittura in unepoca di declino marcato delle barriere e delle gerarchie sociali statiche, e di avvento dei processi sociali e culturali di massificazione".
Questa connotazione di classe (ma nientaffatto rigida, come si è detto) è ciò che distingue il nostro da altri archivi autobiografici, ed esplicita una delle sue finalità non secondarie: affermare e rendere visibile lesistenza di una pratica autobiografica popolare autonoma, contro una linea interpretativa per cui, come ha scritto Diego Leoni, "saremmo costretti a racchiudere lesperienza comunicativa delle classi popolari fra i due estremi delloralità che esclude la scrittura e della scrittura come espressione di unemergenza sociale (nel senso di uno sradicamento e di un estraniamento dalla classe di appartenenza) che esclude loralità e la capacità di scrivere di se stessi".
Nel 1988 si istituisce a Trento la "Federazione degli Archivi della scrittura popolare" con il compito di aprire un confronto permanente su materiali, metodi disciplinari, letture critiche. Con cadenza dapprima annuale gli incontri hanno messo a confronto non più solo storici, ma linguisti, antropologi, studiosi di letteratura, e poi psicologi e pedagogisti, in un incrocio complesso di competenze e di interessi. Il percorso metodologico e di ricerca è ormai avanzato: dopo aver intrecciato, nei primi due seminari, Per un Archivio della scrittura popolare (1987) e LArchivio della scrittura popolare: natura, compiti, strumenti di lavoro (1988) ricognizioni e definizioni del campo e messo a punto gli strumenti di lettura e di catalogazione si sono affrontati alcuni temi centrali.
Le lettere ai potenti (1990), titolo del seminario dedicato ad una epistolografia asimmetrica ed ineguale, ha ripercorso luoghi e situazioni conosciute come la guerra e l'emigrazione, per poi scoprire la deferenza, la supplica o la rivendicazione all'interno della fabbrica, del dopolavoro, del municipio, del santuario, o nei confronti dei giornali, dei divi, della radio e della televisione. Dentro un filo conduttore ben evidenziato da Gibelli: "[ ] il Novecento, lepoca delle grandi guerre, dei grandi eventi incontrollabili che travolgono la gente comune, presenta il paradosso di un protagonismo della gente senza storia, di un bisogno di esistere da parte di esseri anonimi e comparse, di cui le scritture ai potenti recano talvolta una traccia straordinaria". I due incontri sulle scritture dei bambini e degli adolescenti, La scrittura bambina (1991) e Piccoli scrivani: scritture nel tempo dellinfanzia e delladolescenza (1993) hanno riportato lattenzione sui tempi e i modi dellapprendimento della scrittura e hanno proceduto per sondaggi ad individuare alcuni luoghi della scrittura dei bambini, dove storicamente si rivelano modalità duso e funzioni ben identificabili, o, più precisamente, processi di alfabetizzazione, intenzioni educative, pratiche didattiche, tradizioni famigliari, progetti di formazione politica o, viceversa, luoghi più circoscritti in cui la scrittura serve ad altri scopi, non pedagogici, ma fortemente espressivi dei vissuti dei propri piccoli autori. È evidente che in questi due incontri si è privilegiato più la scrittura, proprio nella sua incompiutezza, che il popolare. Il sesto seminario, Documenti, testi, studi, archivi. Per un bilancio del lavoro sulla scrittura popolare in Italia (1992), ha avuto, come recita il titolo, il carattere della riflessione interna. Due i temi in discussione: la circolazione dei testi di scrittura popolare e di scrittura comune come prodotti editoriali, come libri, come oggetto di fruizione anche estetica e letteraria; l'adozione di un codice deontologico in grado di tener conto sia dell'interesse degli studiosi a far diventare pubblico ciò che era privato (facendolo entrare in un patrimonio di documenti a tutti disponibile), sia dell'esigenza di rispettare l'individualità degli scriventi. L'incontro, Archivi autobiografici in Europa. Tradizioni e prospettive a confronto (1998) si articolava in tre sezioni. La prima tracciava una ricognizione all'interno dell'universo eterogeneo degli archivi autobiografici europei, luoghi di "accoglienza" e conservazione di testimonianze scritte del passato, ma anche sedi di produzione di scrittura. La seconda, spostata sul confronto disciplinare, cercava di rispondere alla domanda scientificamende fondata: fino a che punto le attività e i materiali degli archivi autobiografici hanno cambiato, per la storia, l'antropologia, la sociologia, la linguistica, il modo di concepire i tre elementi riuniti nella pratica autobiografica: il biografico, la scrittura, l'individuo? La terza sezione allargava la discussione al rapporto tra conservazione-rielaborazione della memoria e (ri)costruzione dell'identità etnico/nazionale. Tema centrale (finanche abusato) non solo del dibattito storiografico, ma anche di quello culturale e politico. È in preparazione il nono
seminario, previsto per l'autunno 2005, dal titolo Scrivere agli
idoli: la scrittura popolare negli anni sessanta a partire dalle 150.000
lettere a Gigliola Cinquetti, che sarà accompagnato da una
mostra.
a. Scritture autobiografiche di guerra Sono diari relativi alla Grande Guerra, di misura e impegno diversi, di soldati di lingua italiana, appartenenti allImpero austro-ungarico, inviati per la maggior parte sul fronte orientale (in Galizia, sui Carpazi, ai confini con la Serbia, in Romania: pochi dei 60.000 trentini arruolati combatterono contro le truppe italiane sullIsonzo o sui fronti di montagna; loro diretti avversari furono i reparti russi ad opera dei quali subirono terribili perdite, specialmente nel 1914). O sono memorie scritte per lo più durante il conflitto. La fine della propria guerra dovuta alla prigionia, all'ospedalizzazione, al ritiro dal fronte, consente infatti lo spazio e il tempo per un bilancio autobiografico.
Al nucleo originario delle scritture della Grande Guerra si sono aggiunti testi relativi alla seconda guerra mondiale. Sono, di nuovo, lettere, diari e memorie autobiografiche incomparabilmente meno numerose. Si tratta soprattutto di diari scritti da militari (perlopiù ufficiali) trentini e non (il fondo è assai meno caratterizzato dalla territorialità) sui campi di battaglia (Africa settentrionale, Grecia, Montenegro, Albania, fronte francese, ritirata di Russia.) e diari di prigionia redatti nei campi di concentramento in Germania dopo l8 settembre. Poche le memorie autobiografiche e perlopiù scritte a molti anni di distanza entro un genere che si avvicina all'autobiografia d'infanzia. Tale scarsità dipende in parte dai ritardi e dalle difficoltà oggettive della ricerca. "E probabile ha scritto Fabrizio Rasera che molti testi giacciano in cassetti o negli armadi, non solo per sottovalutazione dellimportanza di questo tipo di documenti da parte di quelli che li possiedono, ma anche per il perdurare di una censura profonda nei confronti di unesperienza la cui valutazione è stata essa stessa, nel dopoguerra, un campo di battaglia politica e culturale. E accaduto così anche nel caso della Grande Guerra. Le agende e i quaderni di soldati contadini e di altri protagonisti comuni sono emersi e diventati disponibili allo studio in notevole quantità solo quando gli eventi erano ormai lontani, quando ad esempio, per restare al caso trentino, lessere stati austriacanti o tiepidi verso la causa nazionale non costituiva più un elemento di giudizio sociale negativo, e quando alla ritrosia del reduce era subentrata lesigenza collettiva di recuperare una più integrale memoria del passato". Ma non è escluso che si sia scritto anche meno: "Per i ragazzi cresciuti nel fascismo la guerra era già entrata da anni nellorizzonte ordinario e prevedibile dellesistenza, perché uneducazione riuscita le aveva tolto il carattere di traumatica straordinarietà che aveva spinto a scrivere tanti loro padri e fratelli maggiori". Tutto giusto, ma certo un impegno maggiore nella ricerca e un progetto anche editoriale hanno già cominciato a dare i suoi frutti come dimostra la collana "Memorie" del Museo della Guerra di Rovereto. Netta è comunque la differenza tra le due scritture: se quella relativa alla Grande Guerra evidenzia una successione tematica quasi modulare (partenza-combattimenti-resa-prigionia-ritorno), i testi della seconda guerra sono frammentari ed episodici, partendo da un frattura nella continuità della guerra: il ritorno dalla Russia, la resa dopo lotto settembre, il ritorno dal campo di prigionia. b. Canzonieri popolari Costituiscono un corpus, relativamente ben identificabile: sono repertori canori manoscritti, a volte non privi di fregi e di illustrazioni, che coprono un arco di tempo piuttosto ampio (dagli ultimi decenni dellOttocento agli anni anni Quaranta di questo secolo). Caratterizzati dalla situazione in cui vengono redatti (lemigrazione, il servizio militare, la prigionia), o da un genere specifico (devozionale/religioso-mariano, patriottico), i quaderni-canzonieri vanno considerati come istantanee capaci di fissare, per un attimo, il flusso multiforme dellesperienza culturale (qui indubbiamente emozionale, letteraria, poetica, pur dentro linguaggi di consumo e di riuso) e di raccontare, di conseguenza, molte "storie" di tipo intertestuale: sono, in altre parole, testi che rimandano ad altri testi lungo sentieri non sempre espliciti. Ci riferiamo, è evidente, alla circolazione dei libri e dei fogli volanti, ma anche allascolto del disco e della radio. E rimandano ai luoghi privilegiati dellalfabetizzazione e dellacculturazione popolare: la chiesa, la scuola, losteria, la caserma (e, ahimé, la guerra e la prigionia). Così che alla fine questi canzonieri riflettono, come in controluce, le trame di interventi educativi, frammenti di mitologie nazionali, la presenza di culture folkloriche insieme a quelle elaborate per il popolo. La scrittura infatti conserva tutto ed espone visibilmente i cambiamenti, le contaminazioni, le contraddizioni, le co-presenze di antico e di recente, gli accostamenti, non volutamente irriguardosi del sacro con il profano. Rispetto alluniverso delloralità, dove opera la doppia censura della collettività e della memoria che privilegia lunivoco, luniverso della scrittura, profondamente individuale, sembra riflettere meglio la complessità dellesperienza.
c. Libri di famiglia Si tratta di un fondo entro cui abbiamo compreso anche i libri di casa, i libri dei conti, le agende pre-stampate utilizzate per la registrazione della contabilità familiare, le agende di annotazioni metereologiche. I libri di famiglia contengono una scrittura diaristica plurale senz'altro più complessa: tenuti da più generazioni assumono per argomento la famiglia stessa nei suoi aspetti biologici, economici, rituali-religiosi, culturali e comportamentali (su questo rimando alle pubblicazioni e al bollettino del gruppo romano dei "Libri di famiglia"). Sono di questo tipo, per esempio, i libri della famiglia contadina Dallepiatte di Pergine che registrano dal 1845 al 1947 (su 21 quaderni), cento anni di storia familiare e collettiva: dai lavori stagionali, alla cronaca familiare e locale, secondo modalità non dissimili da quelle impiegate dalle famiglie medio-borghesi e nobili studiate dal gruppo di lavoro coodinato da Raul Mordenti. Altri, più prossimi agli zibaldoni, assumono le caratteristiche di contenitori di testi diversi: indirizzi, preghiere, minute di lettere, resoconti delle vendemmie, conteggi, preventivi per lavori edilizi, contratti di compravendita, testamenti. d. Quaderni e diari scolastici Depositati insieme alle scritture (popolari) adulte, le decine di quaderni di calligrafia, di lingua, di artimetica, di economia domestica ed altro (che vanno, non senza lunghe interruzioni, dal 1906 ai primi anni Cinquanta) documentano le fasi di un apprendimento / addestramento insieme formale e morale. Inoltre sullo sfondo della seconda guerra o dellimmediato dopoguerra, si collocano alcuni diari di scuola media che contengono anche intime riflessioni adolescenziali. e. Zibaldoni Usiamo il termine zibaldone nell'accezione più vasta di raccolta di scritture eterogenee, sia quanto ad argomento che ad autori. L'Archivio conserva diversi sottogeneri: quaderni con appunti su argomenti storici e religiosi con brani tratti dai vangeli; raccolte di poesie adatte a varie occasioni rituali (prima comunione, nozze, compleanni ecc.); raccolta di prose letterarie ricopiate perlopiù da riviste. Zibaldoni del tutto particolari sono invece alcuni quaderni di appunti e di riflessioni politiche di un militante di base, frutto di letture e di alcuni corsi di formazione politica seguiti in una delle sedi milanesi del Partito Comunista Italiano nei primi anni Cinquanta. Capitati in Archivio quasi per caso, sono materiali che sollevano linteresse per unaltra di quelle "catastrofi storiche", possibili produttrici di memoria, di testimonianza, forse di scrittura, costituita dalla caduta dei regimi comunisti del est, dalla crisi dellideologia comunista e di conseguenza dal profondo mutamento della sinistra italiana. Contro il gusto degli azzeramenti storici, contro il vuoto e loblio, Mario Isnenghi, nel seminario del 1992 (Per un bilancio del lavoro sulla scrittura popolare in Italia) invitava a scegliere la memoria, ovvero di "indirizzare le forze ( ) verso la catastrofe storica che più appare caratterizzante, di massa, e che più, per tanti versi, ci riguarda: quella del Partito comunista italiano e, perché no, mutato tutto quel molto che cè da mutare, del Partito socialista. E proprio questo, oggi il fronte strategico dei custodi della memoria, tanto collettiva che individuale, ognuno ci metta pure le proprie priorità; e qui ci sono i traumi, inabissamenti e perdite di senso per tutti i raccoglitori e gli oralisti di buona volontà".
Tramite i loro racconti irrompono sulla scena della guerra i combattenti comuni, i contadini, gli operai, gli artigiani. E si presentano con la loro voce, recitante un copione originale, direttamente e interamente scritto da loro. Questi nostri scriventi cercano di far fronte alla realtà della guerra (ed in questo li potremmo osservare anche nei libri di Lussu e Jahier), ma non sono "semplicemente realistici". Questi diari che nascono dal bisogno, spesso, di mettere ordine nel caos della guerra, di tradurre almeno nella linearità della scrittura il disordine multiforme dellesperienza; queste memorie che costituiscono, quasi sempre, il tentativo di fare un bilancio, di rintracciare un itinerario, di scoprire un senso, mettono in scena quella che si definisce come la soggettività degli uomini e delle donne imprigionati dalla guerra. Proiettano sulla carta aspettative, desideri, bisogni (anche estetici), sogni. Qualche esempio.
Angelo Zeni, prigioniero in Siberia, rinuncia addirittura ad essere "realistico" per rifugiarsi quasi unicamente nel sogno del paese natale e della moglie lontana, così che il suo diventa un diario notturno, che registra le varianti di un unico grande sogno di libertà e di pace. "Questa notte notte di Natale di Gesù Cristo io mi sognai che mi trovavo in Cambone e che cola ero vicinoi alla mia molie ed ai miei figli e che vidi anche mio fratello Giacomo io mi divertivo col mio Francesco e poi il mio francesco mi disse cosa mi hai portato papà dalla Russia? Io li dissi i comfetti al quale subito apri il mio cuffer dove che cera dentro anche la mia Chitarra. Allora il Francesco divise i comfetti a tutta la famiglia del zio Minco e poi rimase eli stesso senza". Ad un diverso livello si pone il caso di Sebastiano Leonardi, contadino come gli altri, ma lettore di Dante e amante del melodramma, che tenta di recitare sulla scena una propria personale discesa agli Inferi con una lingua letteraria ricca di metafore e di citazioni colte. E simile è loperazione di Luigi Daldosso, altro soldato-contadino prigioniero a Pinerolo, che trasforma il suo diario in unimpresa coraggiosa ed ambiziosa: dar forma, avvalendosi della lettura dellAriosto e di Victor Hugo, a unopera letteraria capace di comunicare la condizione umiliante del prigioniero. Fermiamoci qui. In situazioni drammatiche e di privazione della libertà lattività dello "spirito", la pratica intellettuale, lesperienza estetica diventano una di quelle virtù quotidiane, ad un certo punto necessarie per sopravvivere. Si aggiungono, come ha scritto Todorov in unopera sui campi di sterminio, alla dignità e allaltruismo. E dunque quei tentativi di trovare una scrittura letteraria, che in altre situazioni potremmo considerare "patetici", in realtà ci raccontano il bisogno di fare unesperienza estetica, lì in un buco di prigione italiana come in un campo siberiano. Questo per le modalità dell'autorappresentazione. Quanto al senso dobbiamo rifarci innanzitutto ad uno studio di Antonio Gibelli, là dove si rileva come la scrittura dei combattenti comuni sia segnata dallincontro con la "grande storia" e con lesperienza della modernità. La prima grande guerra del Novecento si presenta già con le caratteristiche della spersonalizzazione: mette in discussione modi di vivere e di pensare, obbliga ad una ridefinizione della propria identità. "La perdita irreparabile di tutto il vecchio mondo appare come prima, generalizzata esperienza del cambiamento, implica un senso nuovo della trasformazione come movimento nel tempo; un tempo non puramente biologico e naturale e quindi non più semplicemente definito da binomi quali giorno-notte, nascita-morte, giovinezza-vecchiaia, fatica-riposo. In ciò appare come un segno del passaggio della modernità al livello del sentire comune. Lesperienza della modernità è in primo luogo esperienza di una lacerazione che investe simultaneamente il senso della vita e il senso della storia". La frattura tra lo scrivente e la comunità di appartenenza si manifesta fin dalle prime pagine dei diari, quando debbono dar conto della partenza per il fronte. Così come era stato significativo, il momento della partenza, per una intera generazione di intellettuali europei (rimando per questo allopera di Eric Leed), così anche nei nostri testi treni e stazioni ferroviarie sono luoghi carichi di significato simbolico, ma in senso inverso. Sono i luoghi della lacerazione dalla comunità che si lascia con una pena di intensità sconosciuta, verso un futuro che si annuncia spaventoso. Il passaggio avviene tra luniverso della vita (il mondo degli affetti e del lavoro) e quello della morte. "Era le 4 ½ quando arrivò il treno in Stazione, circa 90 eravamo per la partenza, saliti in treno che fummo tutti auguravano un presto ritorno, chi piangeva, chi urlava, chi era stupidito vedere una cosa cosi spaventosa. Il treno da un grande fiscio segno di partenza e parte". [Mario Raffaelli].
Massimiliano Sega, forse il più incerto tra i nostri scriventi, prende la penna in mano per arginare proprio la sensazione di aver perso tutto e linsieme del suo testo rimanda continuamente a quel prima da cui trae significato. Altri ricordano con struggente tenerezza i giorni di un tempo che ora appare come appartenente ad unaltra epoca in cui si era giovani (tutti gli scriventi assumono lesperienza di guerra come un tempo accelerato e straordinariamente condensato così da far nascere il senso di un rapido invecchiamento, la consapevolezza di una precoce maturità). Così la scrittura registra a volte sbigottita, a volte dolente, il cambiamento che avviene nella percezione di se stessi. E poi il disordine e la casualità delle operazioni e lassoluta estraneità dal controllo degli eventi creano sconcerto e confusione: esattamente come i combattenti di Leed, anche i nostri percepiscono "il distacco e la mancanza di significato delle proprie azioni come spogliazione personale, come una mutilazione", paventando la guerra come evento autonomo, macchina, cataclisma quasi "naturale", sfuggito di mano ai creatori. Guerrino Botteri, maestro di Strembo, coglie in maniera molto lucida questo aspetto: "La guerra moderna ha questo di spaventosamente triste: lindividualità sparisce, si diventa gocce duna fiumana di lava che lentamente, con moto fatale si spinge in avanti, sarresta, retrocede: le gocce non contano nulla: se una si ferma, sagghiaccia, si perde, nessuna ci bada: se quella goccia stride, cigola, prima di spegnersi, il suo grido è sopraffatto dal cigolio spumoso, enorme del fiume. Così noi, rinchiusi in quel campanile, dove di minuto in minuto una granata poteva fare una carneficina spaventosa, sotto la minaccia continua della morte, che urlava intorno, con 2 donne squarciate da una granata trascinate e abbandonate in fretta dietro al campanile, noi, dico, vivemmo in quel dì tutte le angoscie di chi legato, senza possibilità di difesa, si trova circondato da belve che sembrano divorarlo, di minuto in minuto".
Introduttivamente possiamo affermare che anche per loro, il gesto stesso della scrittura, rispose a necessità di solito individuate come tipiche delle scritture femminili del tempo del secondo conflitto, ovvero a "una necessità tutta femminile di salvare uno spazio per sé, mentre gli ambienti consueti spariscono; a una ricerca di preservazione e di identità, nel mutamento catastrofico di riferimenti personali ed esterni; ad un compensativo dellassenza di persone care, con le quali si intrattiene un dialogo quotidiano, magari sotto forma di lettere senza risposta; sovente a una necessità di sfuggire allangoscia". [E. Alessandrone Perona] Non si potrebbe dir meglio, perché il caso trentino presenta già alcuni aspetti di quella che è stata chiamata, un po per paradosso, la "femminilizzazione" della guerra e che si renderà visibile con la guerra sul territorio del 40-45. E ancora sulla soglia di queste scritture, è il caso di rilevare che esse, scritte allinizio del secolo, ma scoperte e lette solo alla fine, finiscono inevitabilmente di evocare altri abbandoni, altri viaggi, altre vite desilio, altri internamenti forzati. E più precisamente testimoniano, in modo fin troppo esemplare, la condizione di chi vive in terra di confine, di chi non si identifica con gli schieramenti in guerra e non sa o non vuole scegliere ed è sospettato, da una parte e dallaltra, di scarsa lealtà patriottica. Quanto ai temi ricorrenti, ne riprendiamo quattro. 1. La separazione dal marito che raggiunge il fronte, sprofonda queste giovani donne in una condizione di solitudine caratterizzata dallattesa, spesso frustrata, di notizie. Il pensiero del marito è invadente e pervasivo. Giuseppina Filippi Manfredi, operaia di 28 anni, scrive il giorno 6 maggio: "Io sono di continuo in pensieri ". Che significa che è preoccupata per la sorte del marito, ma anche che si trova a vivere in uno stato di continua elaborazione narrativa: sono ricostruzioni, ipotesi, scenari di morte che minano la serenità di Giuseppina e che si proiettano nel buio della notte. "6/6 [1915] Povero Gregorio! Quanto ho pensato anche stanotte a te! Mi son sognata che sei morto, ho tanto pianto! Mi ci volle del bello prima che mi persuadessi che era un sogno. Mi scriverai?" Pensieri che diventano ancor più angosciosi quando a causa dellevacuazione e dellinterruzione delle normali comunicazioni postali queste donne rimangono senza notizie per mesi. Luigia Senter Dalbosco, contadina di 33 anni, è addirittura sopraffatta dal pensiero del marito e il suo diario non è altro che un lungo, circolare, ripetitivo soliloquio, quasi la scrittura di una endofasia, incapace di strutturarsi compiutamente in testo e che rivela bene la sua funzione riparatrice. 2. La sensazione della privazione e della "perdida" arriva ad investire anche la memoria affettiva, oltre che oscurare il futuro. Scrive, ancora, Giuseppina Filippi Manfredi il 15 ottobre 1915 nel settimo anniversario di matrimonio: "La guerra ci tolse anche lincanto che dà il dovere compiuto con amore e la gioia di poter stare uniti uno accanto allaltro felici di poter amarci e vederci crescere attorno i nostri figli.
3. Come si diventa profughe? Il primo atto che muta dun colpo lo status delle donne è naturalmente quello della partenza, luogo autobiografico per eccellenza, continuamente ripercorso e raccontato. Lo è anche per i soldati. Ma cè qualcosa di diverso in queste partenze amare e angosciate. Mentre gli uomini acquistano una divisa, un ruolo, uno status per quanto non amato e non desiderato, e hanno a disposizione delle retoriche di corpo ed una struttura di sostegno, le donne partendo perdono tutto: la casa e il mondo affettivo che essa poteva significare, unidentità riconosciuta, la rete sociale del paese, mentre non acquistano nulla. È come un senso di amputazione, ben sperimentato anche dai profughi che verranno e che Slavenka Drakulic, una scrittrice croata cercherà di descrivere nel suo diario di profuga di fine millennio: " mi sono sentita come se mi fossi svegliata con le mani e gambe amputate. O peggio ancora, come se mi trovassi nuda nel mezzo della stanza, scuoiata della mia pelle, spogliata di ogni cosa per me significativa, del senso stesso". Circola nei testi di queste donne un sentimento doloroso di degrado e di vergogna, a vedersi costrette a fuggire con i pochi e improvvisati fagotti, in un clima di allarme, sotto il controllo dei militari e si paragonano agli zingari e ai mendicanti. "Raminghi, derubati di tutto, vittime, capri espiatori della superbia dei grandi, privi di tutto, anche insultati! Lonore ancora ci tolgono!" [Giuseppina Filippi Manfredi] Così nei loro diari cercano di trovare conforto in immagini e luoghi religiosi e letterari che già hanno previsto e descritto la loro medesima condizione. È il caso di Giuseppina Cattoi, unoperaia di ventanni, che trova nella metafora religiosa dellesilio e nella figura della madonna-mamma, unassicurazione, una protezione. Ma il riferimento più comune è al manzoniano Addio monti, là dove lanaforico "addio" viene collegato con le tre parole chiave del mondo spirituale di Lucia: i monti, cioè il paese, la casa e la chiesa. Non si tratta di una citazione, ma di un riuso sempre molto personale della formula, una adesione ai "pensieri" di Lucia, al suo dolore di dover abbandonare i luoghi della vita e dei sentimenti. Nel testo di Giuseppina Filippi Manfredi, al ricordo della casa e della chiesa si aggiunge quello del camposanto: "Addio casa, mobili cari ed uttili ad un tempo. Addio abitazione di mio padre ove si sperava di passare gli ultimi nostri anni; addio paese nativo, campo santo dove riposano le ossa dei nostri genitori, della nostra figlioletta. Addio! Chiesa ove fummo fatti cristiani e dove adulti ci giurammo fede allaltare! Tutto abbiamo lasciato e forse per sempre!" 4. Un tema che ricorre in questi diari, così come nei racconti delle donne della seconda guerra mondiale, è il tema della maternità. Come ha scritto Anna Bravo, quando la guerra è sul territorio "la maternità tende a signoreggiare nei racconti", una "maternità potente e arcaica", una "forza enormemente legittimante nei momenti di crisi, quasi un codice di emergenza". Come le figlie che verranno queste nostre giovani madri si rappresentano, a dispetto delle difficoltà, come "donne che sanno, che fanno, che vincono nellimpresa di sopravvivere". E anche questa delle profughe è una maternità che deborda dallambito domestico e lo sradicamento le spinge fuori di casa alla ricerca delle materie prime della vita. E camminano e viaggiano continuamente alla caccia di un lavoro precario (tagliare il fieno o la legna, cavar patate o barbabietole), o per avere un vestito per i figli o il certificato per un sussidio promesso. Escono dai campi di "accoglienza" per chiedere la carità, contrabbandano farina sui confini con lUngheria. Perfino le donne che al momento della partenza si raccontano come assai poco presenti a se stesse, qui allestero (alla "foresta") imparano presto a prendere il treno, ad implorare lo "starosta" per unabitazione in cui non piova, a scrivere allUfficio profughi e a pretendere laiuto dovuto. Come scrive ancora Anna Bravo, "mobilità e corpo a corpo con il mondo diventano attributi della maternità più che la cura e il dono affettivo, fare la madre entra in urto con il fare la mamma". Tanto che a un certo punto interpretano la loro dura vita come un combattimento più faticoso di quello sostenuto dai loro mariti. Adelia Parisi Bruseghini, unoperaia di 39 anni, che titola significativamente il suo diario "Una madre al calvario", si trova ad Innsbruck a dover combattere per i suoi sei figli anche contro il pregiudizio che finiva per colpire e discriminare i Welsche, i trentini, i meridionali dellImpero. " qua sembra impazire; per umpò di legna bisogna correre, per farina una lunga fila bisogna fare, per carne, ecc. qua sia sempre da girrare carte nei municipii Misercordia [ ] Ma ora non sarò più quella che ora sonno? Comprendo vogliono far guera com mé, vigliachi, ma sarò capace di combattere, si combaterò con tutta forza! Con quella gente senza cuore, senza anima senza Dio, ora comprendo che con sei figli o più da combatere che quelli che sono al campo. Ha! Siamo i Vels [ ] sono io si, io al fianco dei miei figli, avicinatevi, non troverete, una donna, ma una tigre, siamo Vels, non sapiamo parlare, ma vi mostrerò i denti".
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